Diciamoci le cose come stanno.
Sembravano diventati tutti ricchissimi.
I “furbetti del quartierino” compravano case e palazzi a più non posso.
Gli amici del banchiere si facevano dare i soldi da lui per comprare le azioni della sua stessa banca e far crescere il suo valore in borsa.
E tu, in pensione, stavi davanti al computer, col programma regalato dalla banca dove avevi depositato la liquidazione, e giocavi al raider in borsa.
Il fiume di soldi finti ci sfiorava come a Sigfrido il sangue del drago e tutti ci sentivamo partecipi di una prosperità condivisa, che non sapevamo da dove venisse, ma che c’era.
Lavorare, produrre? Ma che sciocchezza!
Ricordo De Benedetti, sì, quello della Olivetti, della Cir, dell’Ambrosiano, quello che Agnelli non volle in Fiat, e più di recente uno dei fondatori e finanziatori del partito Democratico, che diceva: “In un anno di lavoro non guadagno,con le mie aziende, quanto guadagno in un mese spostando lingotti d’oro da una banca svizzera all’altra, sull’onda della speculazione”.
Ora tutto questo è crollato giù, ma noi non guardiamo quelle rovine come i visigoti i fori romani. Noi stiamo sotto le macerie.
Qualcuno seguita a pregare gli dei del passato. Altri aspettano San Benedetto.
Io penso che, siccome quelli che inneggiavano “alle magnifiche sorti e progressive” della finanza creativa ancora ci governano, loro devono trovare la via d’uscita.
Mentre la cercano servono ammortizzatori sociali che sostengano i redditi da lavoro e che evitino al massimo le espulsioni dal ciclo produttivo, cioè i licenziamenti.
Poi, forse, bisogna fare come le invasioni barbariche: tagliare il filo di continuità della storia.
loro gi hanno messo in questd pasticcio lucrando quanto più possibile e ora devono
tirare fuori il paese dalle attuali secche rinunciando a lucrare e ai mostrusi benefit di cui godono a scapito di altri cittadini