Scatole cinesi

Il Fondo Monetario dice che la recessione non diminuirà prima del 2010. Aggiunge che per il dopo non sono possibili previsioni. Servono allora ammortizzatori sociali che tengano la gente al lavoro senza impedire la riduzione del costo del lavoro complessivo pagato da un azienda, necessaria per fronteggiare la caduta della domanda del mercato.
Lo strumento principale oggi è la Cassa integrazione, ordinaria, speciale e in deroga.
La CIG ordinaria e quella speciale non si applicano alle aziende artigiane e a quelle sotto i quindici dipendenti. Non si applicano ai lavori a tempo determinato, ai co.co.pro. e agli interinali. Non si applicano a nessuna delle 34 forme contrattuali di assunzione previste dalla legge Biagi, diverse dall’assunzione a tempo indeterminato.
Si tratta di quasi quattro milioni di lavoratori a rischio di essere sbattuti sul lastrico. La previsione è che alla fine del 2009 ci saranno quasi due milioni di disoccupati in più.
La Cassa integrazione in deroga è costituita da una molteplicità di accordi, aziendali e settoriali, territoriali e regionali che individuano fasce di imprese cui non spetterebbe la CIG prevista dalla legge ma che la ricevono ugualmente, appunto in deroga alla normativa vigente.
Questo sistema di scatole cinesi deve essere semplificato e la cassa integrazione dovrebbe spettare a tutte le aziende che ne fanno richiesta, senza distinzione di settore o di dimensione o di contratto di lavoro, previo un “accordo di crisi” intervenuto tra rappresentanze delle imprese, sindacati e rappresentanti dei poteri pubblici, nazionali o regionali. L’accordo di crisi servirebbe proprio a costatare che l’azienda non dichiari una crisi che non c’è o che sia talmente decotta che non sia possibile salvarla con la sola cassa integrazione.
Non mi sembra una proposta sconvolgente. E’ semplice, praticabile da subito e mantiene legati all’attività produttiva lavoratori e professionalità che altrimenti si dissolverebbero.



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