Adesso se ne sono accorti anche loro. Il falò dell’economia di carta è diventato un incendio dell’economia reale.
Le aziende non assumono più neanche un precario, nemmeno un immigrato a nero. La gente risparmia, non spende, la moneta non circola, le piccole aziende chiudono, le grandi aziende sfruttano l’occasione per “razionalizzare”. Diciamo così.
Che fare?
My three cents:
1) Teniamo il più possibile la gente al lavoro, contro ogni geometria capitalistica di scuola, dividendo il lavoro che c’è e integrando le retribuzioni con la cassa integrazione estesa a tutti (Tutti). Qualche crisi fa si diceva così, lavorare meno, lavorare tutti. Ora, non dico tutti, ma insomma.
2) Blocchiamo temporaneamente i flussi migratori e combattiamo in modo efficace l’immigrazione clandestina e chi la organizza e la sfrutta. Servirà almeno per contarci, come quando dopo un terremoto ci si guarda intorno per vedere chi c’è ancora e chi manca.
3) Attiviamo le “ronde fiscali”, promuoviamo la partecipazione dei cittadini al lavoro degli uffici finanziari e della Guardia di Finanza. Lasciamo per un attimo i rumeni a Vespa e bastoniamo alla periferia inesplorata del fisco, lì c’è davvero da menar le mani. E va a finire che a crisi finita ce ne saremo grati.
Non è possibile che sfuggano al controllo intere fabbriche, che metà della produzione viaggi senza bolla d’accompagnamento, che il 30% delle case non sia catastalmente in regola, che esistano ancora, in Europa, paradisi fiscali e segreto bancario custodito meglio di quello del confessionale.
Non è possibile che sia già marzo e che in questo paese faccia ancora così freddo.