ZEN non è una filosofia orientale. ZEN, Zona di Espansione Nord, indica un quartiere di Palermo nato con l’intenzione di farne una “new town” e diventato un inferno dei vivi.
Ricordate il Serpentone di Spinaceto e il Corviale a Roma? O il quartiere di San Paolo a Bari, le case popolari di Catania, via Artom e le Torri di Mirafiori a Torino, Rozzano a Milano, le Vele di Scampia a Napoli, le Piagge a Firenze, il Biscione a Genova o anche il Rozzol Melara a Trieste? Tutte “new towns” sradicate dal contesto urbano storico, diventate macchine per dormire. Quartieri che non hanno mai saputo darsi né un’identità né una riconoscibilità. Nuove baraccopoli compatte, con tanto di firma di celebri progettisti, che volevano superare le città delle persone per edificare quelle dei Tempi Moderni.
Non so se Berlusconi voglia indossare i panni del Grande Architetto, di certo sente il richiamo delle sue origini di “palazzinaro”.
Io penso che si debbano ricostruire i centri storici distrutti dal terremoto senza spazzarli via o snaturarli, rispettando la loro storia e la loro cultura. Questa può essere l’occasione per dotare L’Aquila di una periferia che non sia semplicemente l’ammucchiarsi di altra cubatura urbanistica intorno al centro storico.
Il piglio decisionista va bene, caro Presidente del Consiglio, ma attento a non fare solo demagogia. Intanto si fa fatica a reperire la copertura finanziaria per il primo miliardo, necessario e sufficiente solo a sopperire all’emergenza; e se va avanti così si rischia di finire come in Irpinia, dove si disse che si voleva realizzare la New Silicon Valley e si cementificò l’area esondativa del Sele, ricoprendola di spazi per aree industriali. Che se ne andarono via con la corrente del fiume, alla prima piena autunnale.
Un idea: e se ne parlassimo? Sentendo le opinioni dei diretti interessati, di chi poi - in quelle baraccopoli - dovrà andarci ad “abitare“? Sto attivando un gruppo su Facebook per raccogliere elementi utili, punti di vista importanti, instaurare una discussione costruttiva su un argomento che, oggi come oggi, non può restare appannaggio della classe politica dirigente. Decidiamolo insieme.
Bravo Paolo! L’idea delle new towns rischia di essere l’ennesimo spot, ma chi opera nel settore -io sono un ingegnere civile- sa bene che a costruire ex novo tutti sono capaci, ma la vera sfida è quella di saper costruire e all’occorrenza ri-costruire. L’Aquila e l’Abruzzo rischiano di perdere non solo tante vite umane, ma la propria stessa identità storica e ambientale. E’ sulle old towns che bisogna intervenire, assicurando ad ognuno la garanzia di avere un’abitazione sicura. Questo si può fare e costa molto meno che realizzare delle new towns, oltre ad essere urbanisticamente e politicamente più serio.
Sicuramente la costruzione di una new towns costerebbe molto meno che andare a rimettere in sicurezza le abitazioni parzialmente distrutte dal terremoto della parte vecchia dell’aquila , ci sono anche ottimi esempi di new towns in europa ,soprattutto in inghilterra. Il problema è che non dovrebbe essere Silvio Berlusconi a decidere cosa è meglio fare per gli abruzzesi ma dovrebbe essere una scelta libera e discussa degli stessi interessati.