Alla fine Walt Kovalski ha vinto e la sua Gran Torino ha ripreso a correre.
Come nel film di Clint Eastwood, il vecchio operaio di Detroit non c’è più ed è nato qualcosa di nuovo. Qualcosa che nessuno dei grandi sindacalisti fondatori della mitica United Automobile Workers avrebbe potuto immaginare. Gli Stati Uniti non finiscono di stupire.
Il Governo federale presta alla Chrysler 8,5 miliardi di dollari. Il Governo canadese altri 2,5 miliardi di dollari. Il fondo previdenziale della UAW acquisisce il 55% delle azioni della Chrysler per finanziare con queste azioni il sistema sanitario e previdenziale dei dipendenti. La Fiat acquisisce il 20% del capitale e potrà salire fino al 50% a partire dal 2013, avendo restituito metà del prestito governativo e potrà andare oltre il 50% dal 2016, avendo restituito nel contempo tutto il prestito avuto dai due governi. L’amministratore delegato della Fiat diventa l’A.D. della Chrysler. L’acquisizione del primo 20% non comporta alcuna spesa da parte della Fiat, che paga la partecipazione trasferendo alla Chrysler tecnologie motoristiche a bassa emissione e sistemi di trasmissione automatica. La Chrysler userà la rete di vendita Fiat nei paesi dell’area NEFTA e la Fiat quella della Chrysler negli USA.
La Fiat scommette sul fatto di rimanere tra le quattro o cinque società che costruiranno ancora auto nel prossimo futuro, un risultato che non è riuscito alla Daimler e Obama scommette sui motori a basso consumo e a basse emissioni del centro ricerche Fiat Powertrain Technologies. I lavoratori scommettono sul loro lavoro e sulla loro professionalità. Tutto questo avviene durante la più devastante crisi economica degli ultimi cinquanta anni. Mi viene da pensare a Berlusconi e all’Alitalia: lui lì ha scommesso solo sul grazioso regalo ai suoi fedelissimi imprenditori di corte e sui soldi pubblici per finanziare la distruzione di metà dell’occupazione dell’azienda.
Naturalmente un giudizio complessivo e definitivo sull’intesa si potrà dare quando si conosceranno tutte le clausole dell’accordo. In particolare quelle di natura sociale e di autolimitazione della conflittualità sindacale. A questo proposito mi sembra fuori luogo l’enfasi sulla cogestione sindacale dell’azienda. E’ infatti noto che le operazioni di partecipazione dei lavoratori, o dei loro sindacati, al capitale della loro stesse impresa contengono sempre il rischio di chiusure corporative. Qui il coraggio del sindacato è consistito soprattutto nell’essersi assunto il peso principale della transizione tra la vecchia e la nuova proprietà. E’ un impegno a termine, dal quale il sindacato uscirà più forte e responsabile di come ci sia entrato.
Sul management della Fiat pesa ora la responsabilità non solo dei profitti ma anche quella della tenuta e della salvaguardia dell’intero sistema di protezione sociale. Qui diviene evidente la funzione sociale dell’impresa e indica quale spessore potrebbe avere, in Italia, un’iniziativa che veda utilizzato a fini produttivi l’enorme volume del TFR aziendale.
Attendiamo di vedere le ricadute dell’accordo Fiat Chrysler sulle aziende italiane. Ci auguriamo che siano positive. In ogni caso la Fiat deve dare garanzie sulla tenuta dell’occupazione e sulla riduzione del ricorso alla cassa integrazione. Ci sono tutte le condizioni anche perché, con questo accordo, l’azienda di Torino acquisisce il non piccolo vantaggio di poter disporre di una completa rete di vendita negli USA per i modelli della Fiat più appetibili per il mercato americano, in primo luogo quelli dell’Alfa Romeo.
Ci aspettiamo novità sostanziali e positive per le condizioni produttive degli stabilimenti dell’area campana e di tutto il mezzogiorno. L’Italia dei Valori è impegnata a che la Fiat e il Governo sappiano tradurre l’accordo con la Chrysler in rafforzamento della condizione produttiva degli stabilimenti italiani.
Proprio per questo, per consentire il dispiegarsi di questi risultati sull’occupazione in Italia e nel Mezzogiorno, servono maggiori finanziamenti degli ammortizzatori sociali e l’adeguamento dei tempi di utilizzazione della CIG.
L’accordo sottoscritto mostra la bontà della ricetta per affrontare la crisi che si fonda sulla innovazione di prodotto e sulla ricerca di soluzioni oriente al risparmio energetico e alla riduzione dei consumi e delle emissioni inquinanti. La scelta “verde” della ricerca motoristica della Fiat ha pagato prima e più di quanto molti sarebbero stati in grado di prevedere.
E’ veramente interessante scoprire che oggi la Fiat ha in mano una tecnologia, quella dei motori Multiair, che riduce i consumi del 10% e le emissioni inquinanti dal 25 al 40%. Con queste nuove motorizzazioni il gruppo Fiat-Chrysler, che sarà nuovo anche nel nome, affronterà la competizione sui mercati globali con buone prospettive di successo. Sembra dimostrato che le scelte ecologicamente compatibili sono anche quelle economicamente vincenti e che da queste dipenderà il futuro del settore dell’automobile, che è uno dei maggiori responsabili della emissione di gas serra.
facciamo solo in modo che ora il cavaliere non prenda i meriti anche di questo successo della fiat, cosa che gli riesce benissimo…