Scritto da Paolo Brutti in
Lavoro il 13 05 2009 |
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Proseguo la rubrica sulle guide orientative sui temi politici più importanti parlando oggi di ricerca & sviluppo, tema a me caro per le naturali implicazioni con il mio passato accademico.
Dov’è il problema?
Un paese che si rispetti, un’Europa che voglia contare ed essere riconosciuta come punto di riferimento nello studio di soluzioni innovative in ogni ambito della ricerca e che produca risultati importanti in termini di industrializzazione e realizzazione di prodotti efficaci ed efficienti, deve investire cospicue risorse nella realizzazione di un robusto impianto di ricerca e sviluppo.
Partiamo da una situazione non proprio rosea: l’Italia si colloca tra gli ultimi posti nella graduatoria europea per gli investimenti in ricerca e innovazione; mentre paesi come la Svezia - per esempio - dedicano a questo settore fino al 4% del prodotto interno lordo (PIL), il nostro paese non va oltre l’1.1%, metà del quale dal settore privato e metà da quello pubblico (dati CNR OECD 2004). Nella graduatoria europea, solamente Grecia e Portogallo investono meno, ma in un’analisi dinamica tendenziale è risultato che anche quest’ultimo ci starebbero superando.
Nell’Unione Europea a 27 ci sono paesi performanti e ritardatari: la Svezia, la Finlandia, la Germania e l’Inghilterra sono considerati gli “innovation leaders”, con una performance ben al di sopra della media dell’EU. Dall’altra parte, ben al di sotto della media, ci sono i nuovi stati membri che hanno raggiunto l’EU come Malta, Ungheria, Slovacchia, Polonia, Lituania, Latvia e Bulgaria. L’Italia è in una posizione molto precaria soprattutto se confrontata con i paesi simili per dimensione.
Nel gennaio del 2000 si è definito il cosiddetto “Spazio Europeo della Ricerca“, quale dimensione entro cui applicare strumenti concreti per favorire l’ innovazione e lo sviluppo. Gli scopi definiti a tal fine sono risultati essere:
- abbattere le frontiere per la ricerca;
- creare un’area comune nella quale sfruttare al meglio le risorse esistenti;
- integrare le comunità scientifiche dell’Europa occidentale ed orientale;
- rendere il vecchio continente un luogo d’attrazione per i giovani ricercatori di tutto il mondo.
Nel marzo 2005, a seguito dell’adozione del piano di rilancio della Strategia da parte dell’Unione Europea, il Consiglio ha richiesto ai singoli Stati membri di predisporre - entro ottobre - un Piano Nazionale di Riforma (PNR) triennale basato sulle linee strategiche definite a livello comunitario e contenente l’indicazione delle politiche messe in atto a favore della Strategia e di presentare annualmente, sempre nel mese di ottobre, un rapporto sullo stato di attuazione delle riforme indicate nel Piano.
Qual’è la situazione?
Le poche risorse messe a disposizione dalle varie finanziarie, risultano insufficienti e poco produttive. Ciò è dovuto spesso ad alcuni aspetti peculiari della politica di investimenti nel nostro paese possono essere riassunti in questi punti:
- Distribuzione a pioggia dei sovvenzionamenti pubblici tra i numerosi centri di ricerca statali (l’Italia è uno dei paesi con il più alto numero di università per numero di abitanti, e atenei senza massa critica per fare vera ricerca).
- Mancanza di volontà politica nell’investire in progetti strategici a lungo termine che non diano risultati tangibili immediati.
- Mancanza d’investimenti privati da affiancare a quelli pubblici, da parte di grandi industrie: si preferisce investire all’estero piuttosto che in Italia, per motivi di approvvigionamento delle risorse umane, maggiore flessibilità del mondo del lavoro e spesso anche di migliore know-how.
- Mancanza di capitali a rischio, rispetto a Francia, Regno Unito, ma anche Belgio e Paesi Bassi.
- Influenze politiche e religiose (vedi ricerca sulle cellule staminali umane embrionali) che impediscono una distribuzione equa delle risorse.
- Mancanza di criteri meritocratici per l’assegnazione di tali risorse, con conseguente fenomeno della fuga dei cervelli - ovvero di capitale umano con grosse potenzialità di sviluppo - che preferisce svolgere la propria carriera all’estero.
- Nel contempo, scarsa presenza di ricercatori stranieri nelle nostre università, che limita enormemente lo scambio di conoscenza, cultura e cooperazione con l’estero e con le nuove economie emergenti.
- Non sempre adeguata attuazione di una strategia – oramai comunemente accettata in Europa - che comprenda l’azione sinergica dei tre cardini su cui poggia il successo della ricerca e dell’ innovazione di ogni paese: l’università, il governo e le imprese.
- Ritardi nell’ammodernamento dell’apparato produttivo dei settori a tecnologia medio-alta e allo scarso sviluppo di quelli ad alto contenuto tecnologico.
Cosa bisogna fare?
Italia dei Valori vuole muoversi attivamente per raggiungere questi importanti traguardi:
- Favorire il rientro dei cervelli in fuga dall’estero.
- Distribuire i finanziamenti in modo meritocratico, applicando il metodo internazionalmente accettato della “peer review”, ovvero in base alla valutazione del merito esclusivamente scientifico, affidata ai membri della comunità della ricerca; occorre inoltre limitare al massimo l’influenza politica e religiosa nelle fasi decisionali.
- Rafforzare la ricerca di base, razionalizzando l’impiego di fondi su pochi centri d’eccellenza con sufficiente massa critica.
- Incentivare creazione e tutela della proprietà intellettuale, riducendo il costo della protezione della proprietà intellettuale ed industriale (e.g. costo deposito brevetti).
- Sostenere e incrementare la nascita di piccole imprese quali spin-offs da istituti pubblici, tenendo presente la necessità della presenza di un management preparato ad affrontare il mercato concorrenziale (i professori o i ricercatori universitari non sempre sono preparati a questo!).
- Incentivare l’ impresa privata con sgravi fiscali a finanziare la ricerca in Italia e non all’estero.
- Sostenere, con sgravi fiscali e a livello creditizio, le piccole imprese private, aiutandole a raggiungere la massa critica per affrontare il mercato concorrenziale e a crescere a livello internazionale.
- Attingendo anche all’esperienza di altri grandi paesi europei (Francia, Germania e Spagna) rafforzare le politiche volte a favorire le imprese a forte contenuto tecnologico; in particolare, attraverso la contribuzione del settore pubblico al capitale iniziale, la creazione di attività consortili, l’incentivazione del trasferimento di tecnologie dai centri di ricerca pubblica alle attività produttive; un’intenso ricorso alle reti informatiche di collegamento tra le imprese nell’intero territorio nazionale e all’estero può favorire questo processo: a tal fine, le forme di incentivazione fiscale e le altre provvidenze dirette ad accrescere la competitività, già introdotte, e la programmata riduzione dell’Irap possono essere di grande aiuto.
- Recuperare tutte le risorse disponibili, Italiane e da fondi UE, impiegate altrove per investimento in R&D onde avvicinarsi all’obiettivo del 2010 (3% PIL)
- Ampio ricorso a forme di venture capital, per favorire iniziative in settori innovativi dove alto è il rendimento atteso ma elevato è anche il rischio.
C’è da lavorare tanto, ma sono qui per questo.
Questo articolo è stato redatto sulla base del prezioso lavoro di approfondimento svolto dall’Osservatorio Politico Europeo dell’ IdV a Bruxelles.
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Quello della RICERCA SCIENTIFICA & INNOVAZIONE TECNOLOGICA è un settore non semplicemente importante per il prestigio d’un paese, ma fondamentale per la vita, o meglio, per la sopravvivenza di un paese in un mondo globalizzato altamente competitivo, laddove la competizione la si ingaggia e vince con mezzi scientifici-tecnologici sempre all’avanguardia.
Io sono più favorevole alla cooperazione che non alla competizione fra individui e fra popoli, e ammetto che la tecnologia ha prodotto tantissimi problemi, in quanto a consumismo nel 1° mondo, saccheggio di risorse e povertà nel 3° mondo, impatto ambientale in tutto il mondo.
Nondimeno bisogna guardare alla realtà e chi vuole migliorarla non può farlo che gradualmente dati i mezzi a disposizione, sono convinto che SCIENZA e TECNICA ancora costituiscano più la soluzione che il problema, se conosciute e applicate correttamente con filosofia, cioè alla luce di un un’etica laica e di un’epistemologia ecologica-sistemica.
Paolo Brutti è docente universitario di Matematica, è un ex sindacalista, per questo VOTO PAOLO BRUTTI: perché persona attenta e competente e dunque necessaria come rappresentante italiano nell’EuroParlamento.
Non sarebbe il caso di smettere di discriminare contro i lettori di lingua straniera?Malgrado tante condanne per discriminazione da parte della Corte Europea di Giustizia,è la sola tra le nazioni europee che ha usato ogni strategemma possibile per continuare questa atroce pratica. Ope legis i lettori sono stati demansionati in collaboratori linguistici ed esperti e all’Università di Perugia sono stati ghetizzati dentro un Centro Linguistico, tolti da ogni contatto con le facoltà dove alcuni hanno insegnati per oltre 20 anni, proibiti di insegnare e costretti di fare solo “esercitazioni”di grammatica che non offrono crediti formativi per gli studenti, altrimenti conosciuti come “frequentatori”. Come si aspetta che gli studenti italiani potranno diventare cittadini europei quando gli è precluso la cultura dei Paesi europei?