Sfatiamo i luoghi comuni dei nuovi nuclearisti

Quando si parla di nucleare l’atteggiamento peggiore è quello di omettere gli elementi centrali sui quali deve basarsi la decisione, a favore o contro, di riprendere la produzione elettrica attraverso i reattori nucleari. E’ questo l’atteggiamento di molti nuclearisti, il più imbarazzante dei quali è proprio quello di Chicco Testa, nuclearista convertito e, come tutti i convertiti, diventato un infaticabile propugnatore della nuova fede.
Una centrale del tipo di quelle che si vogliono costruire in Italia (centrale EPR progetto AREVA) consuma ogni anno 50 tonnellate di uranio arricchito e produce esattamente 50 tonnellate di scorie altamente radioattive, con una concentrazione elevata di plutonio e di altri radionuclidi tossici, cancerogeni e a lunghissima persistenza (per alcuni si parla di milioni di anni).
Il plutonio è presente nelle scorie con una concentrazione del 5% ed è un elemento chimico di elevatissima tossicità (si situa vicino al cianuro). Inoltre è un radionuclide cancerogeno anche in piccolissime dosi. Infine è il materiale con cui si confezionano gli ordigni nucleari. Per questo motivo esistono impianti di ritrattamento del combustibile esausto, che permettono di recuperare il plutonio. Questo procedimento di ritrattamento è estremamente pericoloso in tutte le sue fasi, a partire da quella della movimentazione del materiale radioattivo e esistono pochissimi impianti abilitati a praticalo. Per esempio negli USA il riprocessamento delle scorie non è consentito.
Nella sua vita, dunque, una centrale produce altre 2 mila tonnellate di scorie radioattive, da stoccare in depositi geologicamente stabili per centinaia e centinaia di anni nel sottosuolo. Depositi di questo tipo non ci sono in nessun paese del mondo e meno che mai in Italia. Si era riposta molta speranza per il deposito delle scorie iniziato negli USA, che aveva costi di realizzazione contenuti, ma è notizia di questi giorni che il ministro dell’industria del governo Obama ha deciso di sospendere il progetto per le difficoltà incontrate e i costi insopportabili.
Se l’Italia realizzerà almeno quattro centrali, esse produrranno 8 mila tonnellate di scorie radioattive, che non si saprà dove mettere e che torneranno al livello della radioattività dell’uranio inizialmente introdotto nel reattore in un milione di anni.
Sì, avete letto bene: un milione di anni, durante i quali le scorie si riscalderanno, corromperanno i contenitori, si scioglieranno nelle acque di percolazione nelle cavità sotterranee e costituiranno un pericolo incombente che non siamo in alcun modo in condizione né di fronteggiare né di prevedere.
Alla fine della sua vita il cuore della centrale è un vero forno radioattivo, che bisogna lasciare lì in attesa di poterci mettere le mani. In Inghilterra l’impianto di Sellafield, costruito negli anni ‘50 e giunto a fine vita, verrà sepolto in un’enorme cassa simile a quella di Chernobyl, lasciato raffreddare e irradiare fino al 2130, anno il cui si comincerà lo smantellamento
Perché dovremmo correre questo rischio terribile e perché dovremmo sottoporre il nostro ambiente ad uno stress di portata cosmica?
Perché, dicono Scajola e sodali, l’elettricità prodotta con i reattori nucleari è più economica, più sicura e più pulita di quella generata dai combustibili fossili e persino di quella delle energie rinnovabili. Questa è la risposta definitiva, risoluta e spavalda, ma, purtroppo, del tutto falsa.
Per disporre di 50 tonnellate l’anno di uranio arricchito, quante ne servono per una centrale tipo AREVA, è necessario innanzi tutto estrarlo dalle rocce in cui è imprigionato. Ai livelli medi attuali di concentrazione del minerale, che andranno riducendosi nel tempo, bisogna trattare 10 milioni di tonnellate di roccia uranifera. Questo trattamento consuma un milione e quattrocento mila tonnellate di acque e usa 22 tonnellate di acido solforico. Poi bisogna arricchire l’uranio metallico così ottenuto. Per fare questo occorre bruciare l’equivalente di 200 mila tonnellate di petrolio e 400 tonnellate di fluoro.
La movimentazione dei minerali produce l’equivalente di 20 mila tonnellate di anidride carbonica all’anno e la costruzione dell’impianto immette in atmosfera da 100 a 150 mila tonnellate di anidride carbonica, nei cinque anni di vita del cantiere. Si tratta di un’emissione complessiva di anidride carbonica in atmosfera di quasi un milione di tonnellate.
Se aggiungiamo che una centrale nucleare, per la sua struttura intrinseca che prevede un funzionamento con vapori dell’acqua a temperatura media (si intende media per un impianto che produce energia elettrica) ha un rendimento pari alla metà di una centrale a metano, se ne conclude che la emissione di anidride carbonica in atmosfera di una centrale nucleare è di poco inferiore a quella di una centrale a gas a ciclo combinato, che, per parte sua, non emette radionuclidi né scarti chimici e minerari radioattivi e non genera tonnellate di scorie radioattive.
La scarsa efficienza termodinamica di una centrale nucleare fa sì che per produrre un chilowatt nucleare occorre quasi il doppio di calore che per un chilowatt di una centrale ordinaria. Per questo occorra un’enorme quantità di acqua dolce per il raffreddamento. In Francia, ogni anno, le centrali nucleari consumano il 60% di tutta l’acqua dolce del paese. Naturalmente dopo averla divorata la restituiscono alle falde e all’atmosfera, ma la condizione di sicurezza dell’acqua così utilizzata costituiscono un grandissimo problema per il rischi incombente di contaminazione radioattiva delle falde.
Infatti il bombardamento di neutroni al quale sono assoggettati gli impianti nelle loro parti convenzionali, fa si che tutti gli elementi di tenuta, dalle saldature alle guarnizioni, sono assoggettate ad un processo rapido di deperimento, che costringe le centrali a lunghi periodi di sosta per manutenzioni, molto più lunghi delle centrali convenzionali. Questo riduce ulteriormente l’efficienza delle centrali nucleari e porta con sé un risultato inaspettato. Le centrali ad acqua bollente, nelle quali il liquido che porta il calore entra in contatto con il nucleo e diventa radioattivo, sono state praticamente abbandonate per la insicurezza a lungo termine delle giunzioni. La centrale di Caorso, allo smantellamento, presentava cricche visibili e pericolosissime a livello delle saldature e aveva determinato già consistenti rilasci di radioattività nell’ambiente.
Un problema a sé è il costo del chilowattora nucleare. Come è noto il costo di una unità di energia elettrica, convenzionale o nucleare, non è un puro costo industriale, ma deriva dalla somma dei costi industriali, di quelli di investimento e di quelli finanziari, diluiti sulla durata dell’impianto e sulla produttività annua dello stesso.
I nuclearisti, per arrivare a valori del costo unitario comparabili con quello delle centrali convenzionali, per la gran parte già ammortizzate, usano dilatare i tempi di vita degli impianti, portandoli a sessanta anni, contro i quaranta reali e dichiarando un funzionamento annuo dell’impianto di oltre otto mila ore, contro le settemila effettive, sempre che si vogliano rispettare le norme di sicurezza necessarie. Riportando questi parametri al loro posto accade che, per i costi enormi di costruzione, in continua crescita(la centrale finlandese, uguale a quelle che si vorrebbero costruire in Italia, ha raddoppiato i suoi costi di fabbricazione e i suoi tempi di realizzazione e non si sa ancora come andrà a finire), per i prezzi crescenti del minerale e dei processi di estrazione e trattamento, per i costi di stoccaggio delle scorie e per quelli di smantellamento delle centrali dismesse, il costo del chilowattora nucleare supera, alle stime attuali, gli undici centesimi di euro, al netto delle imposte e degli incentivi. Come si vede è un costo superiore a quello del chilowatt convenzionale e si avvicina a quello dell’eolico.
In una condizione di questo tipo i privati che gestiranno gli impianti saranno portati, come si dice, a tirare il collo alle centrali, risparmiando sulle manutenzioni e nascondendo i potenziali fattori di rischio. E’ quello che è successo a Three Mile Island e, in altra forma, anche a Chernobyl.
Per ovviare a questo, lo stato italiano -sembra incredibile solo immaginarlo dopo tanto battage pubblicitario- si troverà nella condizione di dover stanziare fondi in bilancio per sostenere economicamente la produzione di energia da fonti nucleari, come fa oggi per quella da fonti rinnovabili.
Ed eccoci arrivati alle energie rinnovabili. Una cosa è assolutamente sicura: la scelta nucleare impedisce quella delle energie rinnovabili, non fosse altro per mancanza di adeguate risorse. La cosa potrà non interessare quelli che aspettano i cospicui finanziamenti pubblici del nucleare per realizzare la colossale abbuffata di lavori pubblici e di costruzioni dell’inizio di questo millennio.
Colpisce, però, che i nuclearisti, specie quelli di nuova conversione come Chicco Testa, volgano il capo dall’altra parte difronte ad una semplice verità. Sono quasi settanta anni che si prova a fare energia elettrica da fonti nucleari, senza risolvere il problema dei costi, della sicurezza intrinseca, delle scorie e del confine friabile tra nucleare civile e nucleare militare. Sarebbe ora di smettere tanto accanimento terapeutico. Il nucleare è una risposta vecchia a problemi del tutto nuovi.
Le energie rinnovabili costituiscono il futuro scientifico, tecnologico e energetico del mondo. Sono i pilastri su cui si fonda la terza rivoluzione industriale e avviano il tempo della “green economy”. I paesi che verranno tagliati fuori da questa prospettiva rimarranno ai margini dello sviluppo e saranno tributari degli altri su un terreno decisivo per il loro avvenire. Questa è la posta in gioco e, con la scelta nucleare che caldeggiano, i neo convertiti al nucleare avallano una decisione del governo sbagliata e senza avvenire.
E’ in questione un’enorme scelta strategica di sviluppo. Il governo italiano ha imboccato una strada senza uscita. Per fermarlo c’è solo una possibilità: raccogliere le firme per il referendum contro il nucleare, proporlo e vincerlo.



Scrivi un commento